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Dal pomeriggio su Rete 4 ai binge-watch su Netflix: come i cartoni hanno conquistato (e riconquistato) l'Italia

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Dal pomeriggio su Rete 4 ai binge-watch su Netflix: come i cartoni hanno conquistato (e riconquistato) l'Italia

Photo: Giovanni Zarrella, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Se siete nati tra gli anni Settanta e i Duemila, c'è una probabilità altissima che una parte significativa della vostra infanzia sia stata scandita da un cartone animato. Forse era quello che trasmettevano ogni pomeriggio su Italia 1, o magari quello che vi facevano vedere solo il sabato mattina come premio per esservi alzati a un'ora indecente. In ogni caso, quei personaggi colorati vi hanno accompagnato, vi hanno fatto sognare, a volte vi hanno fatto anche piangere (sì, stiamo pensando a quel momento di quella serie — sapete benissimo di quale parliamo).

Oggi il panorama è completamente diverso: le piattaforme di streaming hanno rivoluzionato il modo in cui consumiamo l'animazione, e nuove produzioni italiane stanno cercando di ritagliarsi uno spazio in un mercato globale sempre più competitivo. Ma come siamo arrivati fin qui? Facciamo un salto nel tempo.

Gli anni '80: l'invasione giapponese (che ci ha cambiato la vita)

Per capire la storia dell'animazione in Italia, bisogna partire dagli anni Ottanta e da un fenomeno che ha letteralmente trasformato la televisione italiana: l'arrivo massiccio degli anime giapponesi. Goldrake, Mazinga Z, Jeeg Robot, Capitan Harlock, Candy Candy, Lady Oscar — questi nomi evocano ancora oggi reazioni viscerali in chiunque abbia vissuto quegli anni.

Le reti Fininvest (poi Mediaset) avevano capito che queste serie, acquistabili a costi relativamente contenuti dal Giappone, erano una manna dal cielo per riempire i palinsesti delle neonate televisioni private. Il risultato fu un'esposizione massiccia del pubblico italiano a un tipo di narrazione completamente diverso da quello a cui era abituato: storie più complesse, personaggi che morivano davvero, archi narrativi che si sviluppavano su decine di episodi.

In parallelo, la Rai continuava a produrre e trasmettere le proprie serie, spesso coproduzioni europee o adattamenti di classici della letteratura — Il Libro della Giungla, Pinocchio, Le avventure di Pinocchio di Comencini che diventò cartone. Era un'animazione di qualità diversa, più lenta e riflessiva, che però aveva il suo pubblico affezionato.

Gli anni '90: il decennio d'oro (e un po' caotico)

Se gli Ottanta erano stati l'invasione, i Novanta furono la colonizzazione totale. A fianco degli anime giapponesi che continuavano ad arrivare a fiumi, si affacciò prepotentemente l'animazione americana: i Simpson sconvolsero il concetto stesso di cartone per adulti, i Disney Renaissance riportarono la magia nei cinema, e poi arrivarono i Looney Tunes, i Tiny Toon, i Animaniacs.

Ma fu anche il decennio in cui l'animazione italiana cominciò a trovare una sua voce più definita. Studi come la Rainbow di Iginio Straffi muovevano i primi passi — la stessa che poi avrebbe creato Winx Club e conquistato il mondo intero. Le Winx, lanciate nei primi anni Duemila ma con radici proprio in quel periodo di sperimentazione, sono probabilmente il caso di successo internazionale più clamoroso dell'animazione italiana: una serie pensata per il pubblico italiano che è diventata un fenomeno globale con fan in ogni angolo del pianeta.

Nel frattempo, certi titoli diventavano cult quasi per caso: serie doppiate male, trasmesse in orari assurdi, con episodi fuori sequenza — eppure amatissime. La frammentarietà della distribuzione televisiva italiana degli anni '90 ha creato generazioni di spettatori abituati a fare i conti con la discontinuità narrativa, il che forse spiega perché gli italiani abbiano abbracciato con tale entusiasmo l'era dello streaming.

I primi Duemila: il momento del riscatto italiano

Nei primi anni del nuovo millennio, qualcosa cambiò nell'animazione italiana. Complice anche l'esplosione del digitale, che abbassava i costi di produzione, diversi studi italiani cominciarono a produrre serie originali di qualità internazionale. Oltre alle Winx, titoli come Huntik, Magiki e le varie produzioni Rai per ragazzi dimostravano che l'Italia poteva competere sul mercato globale.

Non tutto andò liscio, ovviamente. Molte produzioni di quel periodo soffrirono di budget insufficienti, di una distribuzione televisiva che non valorizzava il prodotto italiano, e di una certa tendenza a inseguire i trend internazionali invece di sviluppare un'identità propria. Ma il seme era piantato.

L'era dello streaming: nuove sfide, nuove opportunità

Poi è arrivato lo streaming, e tutto è cambiato di nuovo. Netflix, Disney+, Prime Video, Apple TV+: le piattaforme hanno trasformato radicalmente il modo in cui l'animazione viene prodotta, distribuita e consumata. Per gli studi italiani, questo ha rappresentato sia una minaccia che un'opportunità.

La minaccia: la concorrenza globale è diventata immediata e feroce. Un bambino italiano di oggi può scegliere tra centinaia di serie di altissima qualità provenienti da tutto il mondo. Convincerlo a guardare una produzione italiana richiede che quella produzione sia davvero eccellente, non solo «buona per gli standard locali».

L'opportunità: le piattaforme cercano contenuti originali da tutto il mondo, e alcune hanno investito specificamente in produzioni europee e italiane. Questo ha aperto porte che prima erano chiuse, permettendo a studi e creativi italiani di raggiungere un pubblico globale senza dover passare per i tradizionali canali di distribuzione internazionale.

Il fenomeno del revival: la nostalgia come motore culturale

Uno degli aspetti più interessanti del panorama attuale è il potente ritorno della nostalgia. Serie degli anni '80 e '90 vengono riscoperte, celebrate, analizzate sui social media da trentaquarantenni che le guardano con occhi diversi rispetto all'infanzia. YouTube è pieno di video-saggio su Goldrake, di rewatch commentati di Sailor Moon, di analisi approfondite della narrativa degli anime storici.

Questa riscoperta non è solo sentimentalismo: ha un impatto reale sul mercato. I produttori sanno che c'è un pubblico adulto disposto a pagare per vedere remake, reboot e sequel dei propri amori d'infanzia. Non sempre il risultato è all'altezza delle aspettative — chi ha visto certi reboot sa di cosa parliamo — ma il fenomeno dimostra quanto profondamente questi cartoni si siano radicati nell'identità culturale italiana.

E adesso?

Il presente dell'animazione italiana è complicato, vivace e pieno di contraddizioni — esattamente come il paese che la produce. Ci sono studi che lavorano per le più grandi piattaforme mondiali, giovani animatori che pubblicano cortometraggi su YouTube raccogliendo milioni di visualizzazioni, scuole di animazione che sfornano talenti sempre più preparati.

La sfida è trasformare tutto questo potenziale in un'industria strutturata, capace di produrre con continuità e di valorizzare i propri talenti. Non è facile — in Italia non lo è mai — ma guardando a dove eravamo negli anni Ottanta e dove siamo oggi, c'è qualche motivo per essere ottimisti.

E nel frattempo, noi di Cortoons saremo qui a raccontarvi tutto. Perché il mondo dell'animazione è qui, e non ha nessuna intenzione di smettere di stupirci.

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